Genova, 30 giugno 1960

 

 

Genova, 1960. Il partito neofascista Msi ha convocato per i giorni 2, 3 e 4 luglio il proprio sesto congresso nel capoluogo ligure orgogliosamente medaglia d’oro delle Resistenza

 

Non è l'unica provocazione portata avanti dall'Msi, che ha anche preannunciato la presenza al congresso dell'ex prefetto fascista Carlo Emanuele Basile, criminale che durante la guerra ha torturato e deportato in Germania molte centinaia di oppositori al regime.

 

Il 30 giugno è il giorno del grande sciopero generale, indetto trasversalmente dai partiti della sinistra,

 

Il 30 giugno è il giorno del grande sciopero generale, indetto trasversalmente dai partiti antifascisti.

 

Le persone scese in piazza sono decine di migliaia, dai partigiani agli esponenti del PCI, dagli operai ai portuali, ma i veri protagonisti sono migliaia di giovani, ventenni che non hanno fatto la Resistenza, e che a questa e alle successive giornate danno un significato che va oltre la pur importantissima coscienza antifascista: i «giovani con le magliette a strisce», come verranno chiamati, sono operai e studenti che hanno maturato un profondo disprezzo nei confronti del sistema capitalistico e del potere, dimostrando che «quando cessa la fame e la miseria non cessano i motivi per mettersi contro l'attuale società, le classi che la governano, e la polizia che la difende»

 

Al termine della giornata del 30, a manifestazione conclusasi senza problemi, la maggior parte dei dimostranti per tornare a casa dovevano attraversare per forza la centrale piazza de Ferrari dove centinaia di camionette bloccavano il flusso della gente che doveva pre­gare i militi per potere passare.

 

Venne fatta partire la carica improvvisa e violenta con le camionette che si muovevano in mezzo alla folla, i lacrimogeni subito adoperati copiosamente e i manganelli che fendevano l’aria e le teste proletarie.

 

Ma i manifestanti non indietreggiarono, si riversarono contro i mezzi delle forze dell’ordine.

 

Sedie dei bar, assi di legno, ciottoli, pietre, mattoni, paletti di ferro e relative catene, persino i ferri delle tende dei bar divennero le “armi” improvvisate del popolo.

 

Numerose camionette s’incendiarono, si costruivano barricate, mentre altre persone giungevano dai vicoli, dove i mezzi delle forze dell’ordine non potevano entrare ed erano facile preda della collera popolare che rovesciava dalle finestre su di loro qualsiasi cosa.

 

Gli scontri durarono ore.

 

In quei giorni venne fatta pagare alla canea reazionaria democristiana e ai suoi servi in divisa il dovuto prezzo per la protezione politica e militare data allo svolgi­mento del congresso missino.

 

Anche i numeri, per così dire, parlano chiaro e testimoniano di come manifestanti sul campo abbiano avuto la meglio sugli “uomini in divisa”.

 

Gli scontri, infatti, si chiudono con un bilancio di 162 tra funzionari, agenti ed ufficiali della «Celere» feriti e contusi contro una quarantina di feriti tra i dimo­stranti.

 

Finì tutto alle otto quando il presidente dell’ ANPI, non senza difficoltà, a bordo di una macchina scortata dalla polizia arrivò in piazza per convincere i manifestanti a rinunciare allo scontro, perché Prefettura e Questura si erano im­pegnate a ritirare le forze di polizia.

 

La vittoria dei giovani “con le magliette a strisce”, così come vennero etichet­tati dalla stampa dell’epoca i protagonisti degli scontri, venne fatta pagare a caro prezzo agli altri proletari che nelle settimane successive scenderanno in piazza contro il governo Tambroni, sostenuto esclusivamente dai voti della Democra­zia Cristiana e dai fascisti del Msi.

 

#MemoriaDiClasse #GenovaAntifascista

 

 

30 giugno 2025